Rassegna stampa
Un rutto per l’estate
1 luglio 2001
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Il patron ed inventore della manifestazione si chiama Stefano Morselli e ci tiene ad improntare il tutto a un calibrato understatement. E’ necessario per gestire al meglio la delicata dirompenza della materia. A cominciare dal titolo: “Non c’è una federazione ufficilale della disciplina e pertanto abbiamo evitato di chiamarlo campionato italiano. Però è l’unica gara che si svolge sul suolo pubblico, ben diversa da quelle semiclandestine di bar e localini“.

Si chiama Rutto sound no limits ma nei fatti quella che sta per iniziare è la finale del campionato italiano di rutto.

Siamo a Reggiolo, 8.000 abitanti, provincia di Reggio Emilia, tra Novellara e il Po, che da 4 anni ospita i ruttatori agonistici italiani. Una presenza che cerca di essere discreta, racconta Morselli, perchè quella del rutto è questione che corre sul filo del rasoio. Non bisogna scadere. “Per questo un mese fa abbiamo rifiutato l’invito di Italia Uno, a Strano ma vero. Volevano che i nostri campioni ruttassero in televisione, in diretta. Un fenomeno da baraccone. Altra cosa ruttare qua, davanti a gente che è venuta a vederti ruttare“.

L’amministrazione di centrosinistra tollera, ma teme l’identificazione Reggiolo città del rutto. Vengono in mente le parole del cardinale Biffi, su Bologna, e l’Emilia per estensione, “satolla e disperata”. Guardandosi intorno disperata non sembrerebbe. Satolla sicuramente si, perchè il rutto questo festeggia. Pur ignorata dai media locali la gara è cresciuta con gli anni, in partecipazione e pubblico. Stasera saranno in più di diecimila, su un grande prato, tra gli stand di una festa della birra che ha lo stesso ordinato formato delle feste dell’Unità, a aspettare la finale. Nelle serate precedenti, in un Rutto Point, i ruttatori potenzialmente forti si sono sottoposti ad un provino di selezione. Due minuti per mettere in mostra le proprie capacità. Si sono presentati in 50 e i 20 migliori sono sul palco stasera. Il più giovane ha 14 anni ed è accompagnato dai genitori. Il più maturo 32. La maggior parte tra 20 e 25. E’ quella l’età migliore. Anche nel rutto l’atleta deve essere giovane e molti, nel retropalco, tra emissioni di riscaldamento, confermano che con l’età si perde sempre qualcosa. I finalisti sono di tutti i ceti sociali. Vengono dalle provincie di Reggio, Modena, Mantova e Parma. E, dice Morselli, “sono il meglio del rutto del Nord Italia. Gente che rutta normalmente alle feste della birra e stasera ha la possibilità di farlo in modo agonistico” . Perchè il rutto è fenomeno sociale , che non è normale esibire in pubblico ma che comunque esiste. Tanto vale dargli dignità, almeno sportiva.

Reggiolo da l’opportunità per fare outing. Corrado Vernizzi, 19 anni, studente universitario a Parma: “Ho imparato da bambino”. Ero piccolino e facevo già dei rutti abbastanza forti. Mi hanno convinto i miei amici. Mi sono preparato allenandomi tutti i giorni”. Non riporta nessun problema in famiglia per la sua scelta.

IN PRINCIPIO E’ LA POTENZA. Si comincia. Prima delle tre specialità di rutto di potenza, dove l’intensità dell’emissione è valutata da un fonometro digitale. E’ una macchina da 50 milioni, messa gratuitamente a disposizione da un’ azienda di ReggioEmilia che si occupa di impatto ambientale. Ha chiesto soltanto che il suo nome non compaia in nessun modo,encomiabile esempio di sponsor non invadente. Morselli, disinvolto e affabile presentatore, chiama i primi concorrenti e ricorda come va interpretato il rutto di potenza: corto e concentrato, per cercare il decibel più alto nel picco dell’emissione.
Nei primi momenti della gara, soprattutto tra il pubblico che è qui per la prima volta, si registra qualche momento di perplessità. Imbarazzo per vedere esibita in pubblico, su un palco illuminato e amplificata in migliaia di watt, un attività tanto privata. “Ma sono degli animali”, dice stupefatta una ragazza nelle prime file. Poi qualcosa cambia. La dimensione del gesto agonistico prende il sopravvento sul rutto come rottura delle regole del galateo. Si guarda all’uomo sul palco, pronto davanti al microfono, come atleta del salto in alto prima della rincorsa. Cerca la concentrazione, a volte beve un sorso di minerale rigorosamente gasata, piega la testa, deglutisce, contrae gli addominali. Sembra guardarsi dentro a cercare la meta come il saltatore in alto guarda l’asticella. Qualcuno tra il pubblico incoraggia per spezzare la tensione. Sui diecimila cala il silenzio. Ancora qualche lungo secondo di compressione. poi l’atleta compie il gesto ed emette. A volte è un suono che pesca nelle profondità viscerali della specie, ha in sè una potenza che precede la civiltà e forse la costruisce. Il grande leone marino sulla costa della Patagonia, senza nient’altro intorno se non il proprio grido a simboleggiare la sua forza di capobranco.Boato del pubblico, senso di liberazione, esplosione di applausi. Prima ancora che il fonometro elabori il responso, l’atleta sembra conoscere il valore della sua performance. Allora è esultanza, braccia al cielo. O gesto di sconforto, stizza, delusione. Nicoletta, 19 anni, studentessa della provincia di Modena, è la prima donna a presentarsi a volto scoperto ad una gara di rutti. L’anno scorso, dicono le cronache, una rappresentante del gentil sesso era scesa in campo mascherata. Lei ha voluto l’anonimato e si è scelta l’evocativo nome di Lady Eruttiva. Dice che questa gara di rutti è un mondo ancora molto maschile. Si è preparata allenandosi durante il giorno, “quando potevo, in luoghi dove non c’è gente. Di solito riesco a ruttare anche senza bere: stasera, per non rischiare di fare brutta figura, ho bevuto molta Coca Cola”. A una ragazzo che le piace racconterebbe di aver partecipato a questa gara, “però non gli farei mai sentire come rutto”. Quando tocca a lei attraversa il palcoscenico con l’aria di chi si è resa conto di aver sbagliato a dire di si. E’ una bella ragazza bionda con l’ombelico scoperto. Davanti al microfono impone con decisione la calma al pubblico e a qualche concorrente maschio che rumoreggia. Poi spara un rutto da 128,1 decibel, meglio di molti uomini. Tripudio di rispetto del pubblico. Il migliore rutto di potenza è Paolo “Ciopa” Onfiani di Reggio con 136,6 decibel.

POI VENGONO LUNGHEZZA E PAROLE. In platea, seduti sull’erba, alcuni bambini seguono a bocca aperta. Ma è politicamente corretto portare un bambino a uno spettacolo come questo? Può essere diseducativo? Una mamma fa notare che per mesi ha incoraggiato suo figlio a fare il ruttino dopo la poppata, prima di addormentarsi. E’ come se questo invito, sepolto nei primi mesi di vita di tutti, si manifestasse qui collettivamente. Seconda prova: rutto in lungo. Il fonometro misura la lunghezza dell’emissione che deve essere senza interruzioni. A volte la componente psicologica incide duramente sulla performance. Vernizzi nelle prove libere non amplificate ha fatto intravedere grandi doti, ma sul palco delude. Incespica, sente la tensione e rende un decimo di quello che ha dentro. Finirà per ritirarsi. “E’ l’emozione”, dice quasi scusandosi. Affettuosi applausi di incoraggiamento dal pubblico. Provateci voi, che vi vergognate se vi scappa un piccolo burp digestivo a una cena tra colleghi, a ruttare come meglio potete davanti a diecimila persone che vi tengono gli occhi e le orecchie puntate addosso. Migliore di tutti Luca Augelli di Suzzara, con un rutto eterno lungo 6 secondi e 362 millesimi. Ma in prova ha superato il muro degli 8 secondi. Non delude Lady Eruttiva, con 1 secondo e 812.

Il rutto parlato è la prova libera della specialità. Abolito il fonometro, gli atleti recitano un fraseggio di propria scelta all’interno di un unico rutto. Giudica una giuria di 5 specialisti. La maggioranza dei concorrenti preferisce non scegliere in anticipo la frase, perchè “è una questione di ispirazione, da cogliere al momento”. Ma c’è anche chi tenta il colpo scenico e, telefonino all’orecchio, rutta “Pronto chi è?”. Commuovono la cavernosità di “M’illumino d’immenso”, “Cosa conta di più nella vita”, “Ti voglio bene mamma”, Supercalifragilistichespiralitoso”. C’è chi cerca di ammaliare la commissione ruttando “Voglio dare un bacio alla giuria”. Altri migliorano la performance aggiungendo all’emissione uno slancio canoro. Ne escono ruttati “Fratelli d’Italia”, “Voglio andare a vivere in campagna” e “Ti amo”, emesso gastricamente alla maniera di Umberto Tozzi.

SFIDA ALL’ULTIMO GAS. In uno spareggio allo spasimo si laurea campione 2000 Paolo “Ciopa” Onfiani, 26 anni, operaio in un bottonificio. “Da giovane volevo cantare, poi ho visto che mi riusciva meglio ruttare. Mi alleno mangiando molto in fretta. Quello che mi agevola è non sentire l’emozione. Questa gente è solo qui per vedere degli stupidi ruttare. E io li accontento”, dice con lucida padronanza dello star sistem del rutto. In un intreccio di new e old porta a casa in premio un prosciutto di Parma e unapagina personale in Internet, La leggenda del Rutto Sound, con annesso file audio, sul sito ufficiale della manifestazione, www. reggiolo.org. Vince su Massimo Guarini, mantovano, che sconta una indecisione di fondo: ” Ho un bar e una certa reputazione”. Lady Eruttiva conclude ottava. Roberto Ferrari è il padre di Marco, morto ventenne di leucemia. Rutto sound no Limits è dedicata a lui e i molti milioni raccolti con il lavoro volontario di 150 mila persone che gestiscono la festa vanno a finanziare il progetto di biologia molecolare dell’ospedale di Reggio. Ferrari fa il preside, ha affrontato il dramma di essere sopravvissuto a un figlio e non è per niente scontento che la sua memoria sia onorata con una gara di rutti. “Per la prima volta dopo la sua morte ho cominciato a ridere qui, dopo un buon rutto”.

di Massimo Cirri